Le "2000"


Tratto da "Volevo fare il tramviere" di Gino Moretti - Ediz. Angolo Manzoni
Il libro è in vendita sul sito di A.T.T.S.

Ero ancora nel ginnasio inferiore quando l'ingegner Giupponi ci regalò i tramvai del futuro. Le prime ad appa­rire furono le quaranta vetture della serie 2000, e proprio in via Garibaldi. Rimpiango la loro morte ingiusta e pre­matura, nel fiore della giovinezza, sopraffatte dalla gigantomania della seconda metà del secolo. Una, almeno, avrebbero potuto tenerla per ricordo. Furono le ultime vetture a due assi, e forse per questo morirono presto. Ma che vetture! Ampie e al tempo stesso snelle, ben rastrema­te alle estremità come puledri dalle froge eccitate dalla corsa, si lanciavano lungo il pendìo di via Po schizzando via dalle complicazioni di piazza Castello, ma docili e pronte a fermarsi all'angolo di via San Massimo; e, sotto la guida di un fantino esperto, tutto accadeva con inebriante dolcezza, con un sottile sibilo di motori e il ticchiettio im­paziente della manovella quando traversava di corsa il «parallelo» e la «serie» prima della fermata. Erano vetture che suggerivano agio e ispiravano serenità; persino il manovratore era stato dotato di una seggiola decente e aveva un tergicristallo che poteva manovrare a mano dall'inter­no. Le vetture avevano due grandi porte pneumatiche a vetri molati; una davanti per entrare («as sa mai da che part as monta 'en sul tranvai, bele-si a Turin») e una a metà per uscire; il fattorino aveva smesso di sgomitarsi un passaggio alla ricerca dei viaggiatori senza biglietto, e stava seduto vicino alla porta d'uscita, di cui era diventato il responsa­bile, e nessuno poteva viaggiare senza passargli sotto il na­so e pagare. Dopo qualche mese di prova, gli avevano sol­levato il seggiolino di venti centimetri; con maggior dignità e miglior colpo d'occhio, poteva dichiarare «In fon­do c'è posto» (la versione moderna dell'«Avanti c'è posto» dell'inizio del secolo). La seconda metà della vettura, sen­za porte, diventava nelle ore calme un salotto di conversa­zione, e come tale era rispettata dai buoni torinesi, persino dai ragazzi delle scuole medie. Non mancavano i critici, specie quelli che rimpiangevano i vecchi tempi in cui si poteva «salire e scendere con vettura in moto», e che ave­vano battezzato la nuova vettura la caponera (la capponaia, ovvero la prigione). L'ingegner Giupponi spiegava che la silenziosità e la dolcezza di manovra si dovevano all'alleg­gerimento della massa non sospesa. Nello sforzo di capire (il che, trattandosi di un principio tramviario, era per me un dovere), mi si radicarono in mente preziose intuizioni di meccanica dei sistemi rigidi.

 


Ultimo aggiornamento: